Le pratiche somatiche sono lente?

Vorrei parlare di uno degli argomenti affrontati nel Tatto Interno e, più in generale, fare una riflessione sulle pratiche somatiche.

La parola soma significa “corpo”. Letteralmente, quindi, quando parliamo di pratiche somatiche ci riferiamo a pratiche che riguardano il corpo. Convenzionalmente, però, con questa espressione intendiamo qualcosa di più specifico: pratiche che instaurano una relazione profonda con il corpo, coinvolgendo non solo gli aspetti fisici, ma anche quelli mentali ed emotivi, con un’attenzione particolare all’ascolto e alla consapevolezza. Il corpo, quindi, viene considerato nella sua interezza, in una prospettiva realmente olistica.

Molte persone associano automaticamente le pratiche somatiche a pratiche lente. A mio avviso questo è un equivoco. Capisco perché sia nata questa associazione, ma credo che non sia una caratteristica essenziale della somatica.

Ogni movimento che compiamo produce informazioni che vengono elaborate dal sistema nervoso. Allo stesso modo, anche ascoltare, percepire o prestare attenzione genera informazioni. Possiamo immaginare il sistema nervoso come un computer con una capacità limitata di elaborazione: prima di andare “in saturazione”, può gestire soltanto una certa quantità di informazioni. Queste informazioni possono derivare sia dall’azione, cioè dal movimento, sia dalla ricezione, cioè dall’ascolto, dalla percezione e dalla consapevolezza.

La nostra cultura ci ha allenati molto più al fare che all’ascoltare. Per questo motivo, il nostro “computer” è spesso occupato soprattutto da informazioni legate all’azione. Non è un caso che, quando qualcuno dice: “Ascoltate!”, la reazione spontanea sia fermarsi. Interrompiamo il movimento per liberare risorse e dedicarle all’ascolto.

Fare e ascoltare contemporaneamente è difficile, soprattutto quando il movimento richiede attenzione cosciente e non è completamente automatizzato. Non siamo stati educati ad allenare questa capacità. Così il corpo trova una soluzione semplice: riduce il movimento per lasciare più spazio all’ascolto.

Ma questa non è una necessità biologica: è semplicemente una strategia.

Possiamo allenare la capacità di fare e ascoltare nello stesso momento, e questo apre possibilità straordinarie.

Pensiamo, ad esempio, al massaggio. Essere capaci di ascoltare mentre le mani agiscono significa ricevere continuamente un feedback da ciò che stiamo toccando e modulare il gesto in tempo reale.

Oppure pensiamo alla Contact Improvisation. Anche durante un movimento intenso è necessario mantenere un ascolto costante del partner. Solo così è possibile costruire una vera relazione attraverso il movimento.

Lo stesso vale per il tema del consenso. Quando entro nello spazio di un’altra persona, posso percepire se dall’altra parte c’è disponibilità, apertura oppure tensione e chiusura. Posso cogliere segnali di consenso o di non consenso soltanto se il mio ascolto rimane vivo durante l’azione.

Questa capacità è preziosa in moltissime pratiche corporee: non si tratta semplicemente di muoversi e ascoltare nello stesso momento, ma di impedire che il movimento soffochi l’ascolto.

C’è poi un altro aspetto fondamentale. Gran parte delle informazioni che accompagnano il nostro movimento abituale sono informazioni di tensione. Molto spesso utilizziamo più tensione muscolare di quella realmente necessaria.

Riprendendo la metafora del computer, le tensioni sono tra le informazioni più “costose”: occupano una grande quantità di risorse del sistema nervoso e rendono molto più difficile percepire gli stimoli più sottili.

Esiste un principio biologico molto interessante: uno stimolo delicato diventa tanto meno percepibile quanto più è presente uno stimolo intenso (Weber-Fechner).

Facciamo un esempio. Posso percepire una mosca che si posa sulla mia mano. Ma se, metaforicamente, fossi sotto una cascata di pietre, quella stessa mosca diventerebbe impercettibile. Il mio sistema nervoso sarebbe completamente occupato da stimoli molto più forti.

Le tensioni funzionano allo stesso modo. Riempiono il sistema di informazioni e lasciano pochissimo spazio all’ascolto.

Per questo il modo migliore di muoversi mantenendo una qualità percettiva elevata non è semplicemente rallentare, ma imparare a muoversi creando il minor numero possibile di tensioni inutili.

Qui entra in gioco un tessuto fondamentale: la fascia.

Uno dei ruoli della fascia è proprio quello di sostenere il movimento, distribuendo le forze e alleggerendo il lavoro del sistema muscolare, che è quello che più facilmente genera tensioni e rigidità.

Quando il movimento è sostenuto in modo efficace dalla fascia, diventa più integrato, più globale, più connesso. Tutte le parti del corpo collaborano tra loro e il movimento richiede meno sforzo. Di conseguenza il sistema nervoso rimane più libero e può dedicare maggiori risorse all’ascolto.

Anche questa è una capacità che si può allenare.

Con il tempo diventa possibile praticare una somatica anche all’interno di movimenti ampi, complessi o veloci, mantenendo la stessa profondità di ascolto che oggi, convenzionalmente, associamo alle pratiche lente.

Il punto più alto di questo processo si raggiunge quando l’ascolto non accompagna semplicemente il movimento, ma diventa il motore del movimento stesso.

Non è più soltanto “mi muovo mentre ascolto”. Diventa: “mi muovo in base a ciò che ascolto”.

Le informazioni che ricevo, dall’ambiente o dal mio corpo, guidano direttamente le mie decisioni motorie. Ascolto e azione coincidono nel presente.

In quel momento non esistono più due processi separati, essere attivi ed essere ricettivi, ma un’unica esperienza. Il movimento nasce dall’ascolto e l’ascolto prende forma attraverso il movimento.

È in questa coincidenza che, a mio avviso, si manifesta una delle espressioni più profonde della pratica somatica: una presenza piena, consapevole, profondamente connessa al proprio corpo, agli altri e all’ambiente che ci circonda.